Stage Karate- 26 gennaio 2014 - okinawakarate





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Programma Stage Didier Lupo a Venturina
Indicazioni stradali per il palazzetto dello sport in via di venturina ,20 (Strada Provinciale 20)
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Campiglia Marittima 26 gennaio Stage di Karate-do Con il Federale Francese M° Didier Lupo Per la prima volta in Italia esperto in difesa personale e studio dei bunkai


Stage con il Maestro Didier Lupo
Dopo lo stage con il Maestro Gennaro Talarico il Dojo Okinawakarate di Venturinarilancia con un altro maestro di caratura internazionale il M°Didier Lupo tecnico della federazione francese che terra un’allenamento sullo studio del khion,kata e relativi bunkai.Potranno partecipare sia chi possiede la graduazione kyu sia dan infatti la mattinata sarà divisa in due sessioni diallenamento la prima ragazzi e adulti cinture di colore la seconda ragazzi adulti cinture nere.Il Maestro Didier ha accettato l’invito delM°Ninci.R in maniera estremamente positiva concedendo così l’esclusiva del suo primo stage italiano al dojo Toscano di Venturina.Citiamo due righe di una sua intervista ad un quotidiano francese ci aiutera a conoscere meglio il Maestro che terrà lo stage il 26 GennaiIntervista a Didier Lupo


Intervista a Didier Lupo



« Un uomo qualunque, un passione straordinaria »

Si definisce come un uomo qualunque che si allena tutti i giorni. Ben più ammirevole dei grandi miti dal karate istintivo, devoto ed irreprensibile appassionato, ha dedicato tutta la sua vita a padroneggiare gli strumenti necessari al raggiungimento di un solo obiettivo: forgiare la maestria.
48 anni, due figli, 6° Dan , maestro al SCO Sainte Marguerite di Marsiglia e delegato federale.Didier Lupo é una delle colonne portanti del Karate francese e membro della sua "nobiltà". A 17 anni partecipa ai campionati francesi di kata. A 18 si qualifica per la prima volta al Campionato Europeo Kumite e deve fare una scelta. Sceglie quindi di specializzarsi ed inizia una lunga carriera premiata due volte con la medaglia di bronzo, ai Campionati Europei '83 ed '86, ed ottiene il titolo europeo nel '89. Più avanti nella sua carriera si dedicherà completamente all'insegnamento del karate in generale e del karate-jutsu in particolare, diventando uno dei maggiori esperti francesi della "seconda generazione" come ama dire lui stesso.
Mio padre e il mio dojo privato. Mio padre faceva il custode in una scuola. Aveva origini italiane, riservato ed affettuoso, non era affatto invadente. Mi ricordo queste sue due frasi: "va bene, figlio mio" e " non è grave, figlio mio". Mi ha sempre incoraggiato senza mai imporsi. Non ha mai visto le mie lezioni ma veniva alle gare. Si rifiutava di
sedersi nei posti ufficiali dicendo che non facevano per lui, ma anche nascosto in mezzo a tremila persone ritrovavo sempre i suoi occhi e sentivo la sua presenza vegliare su di me. Un giorno sgomberò un capanno che si trovava in fondo al cortile e che veniva usato come garage, permettendomi di usarlo come dojo privato. Fu un regalo decisivo. Lì dentro perdevo la cognizione del tempo. Per ore ed ore mi allenavo tracciando traiettorie immaginarie. Era anche il mio ufficio, un luogo dove svolgere i compiti per scuola che, a dire il vero, non facevo poi tanto. Quando mio padre è andato in pensione sono tornato a vedere quel capanno ed ho avuto l'impressione che l'angolo in cui mi allenavo di più fosse più consumato del resto della stanza. Dai 14 ai 22 anni mi ci sono allenato tutti i giorni.
Non sono più dotato di altri. All'inizio mi piaceva giocare a calcio, poi un giorno mio cugino ci raggiunse in vacanza e faceva dei gesti strani. Era l'epoca di Bruce Lee. Ho assillato mio padreaffinché mi iscrivesse in palestra al rientro dalle vacanze. Oggi come ieri i giovani si iscrivono in palestra per i motivi sbagliati. I miei allievi lo fanno ispirati dai videogiochi e come sempre affascinati dai film d'azione che ispirarono noi a nostra volta. Mi ricordo ancora dell'odore del dojo più che delle prime lezioni. Non ero più dotato di altri, ma alla fine cosa vuol dire essere "dotato" ? Appassionato, questo si, lo ero. Mi addormentavo leggendo una rivista sul karate che mia madrenon riusciva a comprarmi tutti i mesi. Era sicuramente consumata! Dotato..è un termine molto utilizzato. Pettinella o Pinna erano dotati, si..ma chi
sa quante ore di allenamento hanno accumulato? Loro hanno lavorato duro. L'unico segreto è non contare le ore di allenamento.
Allenarsi da solo. Ciò che fa la differenza è il lavoro personale. Come nella musica, è necessario ripetere e ripetere per acquisire la meccanica. Anche sul piano psicologico è nel momento in cui sei veramente sfinito dall'allenamento che inizi a costruire la tua sicurezza e determinazione. Guardando in dietro con gli occhi dell'esperienza cerco di far capire ai miei allievi che la parte più importante è l'allenamento individuale. Come nella matematica, dopo aver fatto lezione a scuola devi svolgere gli esercizi da solo a casa. E' così che si migliora. Un giovane che si impegna davvero nel suo lavoro individuale lo riconosci subito, durante uno stage, è quello che ti fa le domande migliori. Quando sei solo con te stesso, solo in quel momento, puoi davvero lavorare per correggere la posizione del tuo piede. Ma di giovani così non ne ho incontrati molti in 25 anni. Il piacere dell'allenamento individuale è una cosa rara, eppure è la chiave di tutto. Ed è un peccato perché è alla portata di tutti. Un angolo di garage o di giardino, non avete bisogno di nient'altro nel karate per diventare forti. Anche di me hanno detto che ero dotato. Ma quei movimenti li avevo ripetuti migliaia di volte. Non so cosa significhi essere dotati, ma ciò di cui sono sicuro è di essere uno di quelli che ha lavorato più duramente.
Franck Benjamin. Dopo mio padre, altre due persone hanno contribuito in modo decisivo al mio percorso nel karate. Il primo è Franck Benjamin. Fu la prima persona che vidi, quando avevo nove anni, entrando nel Club del mio quartiere a Marsiglia. In seguito abbiamo lavorato fianco a fianco per otto anni nella nazionale francese! E' il mio migliore amico, il mio testimone di nozze, il presidente del mio Club. E' sopratutto colui che mi ha accompagnato nella pratica del karate fin dall'inizio. L'allenamento individuale rimaneva la parte più importante ma potevo chiamarlo in qualunque momento sapendo di poter sempre contare su di lui. Con lui andavamo a fare gli stage - in due è più facile - e quando facevamo le gare eravamo dispiaciuti quando l'altro perdeva. Ci siamo scambiati tanto di positivo l'un l'altro..è un privilegio aver avuto un compagno tanto disponibile con cui poter lavorare e con cui condividere questa storia con il karate. Una storia d'amore.
Sognavo di diventare Maestro. L'altro incontro decisivo della mia vita nel karate è stato quello con Francis Didier. Avevo 17 anni, ero stato ammesso nella nazionale francese, il karate era la mia vita. Dopo il primo stage avevo una sola cosa in testa "fare in modo che mi tengano in squadra il più a lungo possibile". Per imparare. Dopo aver conosciuto Francis Didier la mia unica ambizione è stata quella di diventare un giorno abile come lui. Non è il massimo, lo riconosco, ma era la mia aspirazione, ciò che mi motivava. Le sue dimostrazioni erano affascinanti, i suoi movimenti e la sua fluidità incredibili; ripeteva sempre la parola "ricerca". E' stato senza dubbio il più grande esperto della sua generazione, anche se oggi ha portato la sua arte fuori dal tatami. Vivevo a Marsiglia e facevo due ore di viaggio fino a Montpellier il sabato per allenarmi un'ora e mezzo. La nazionale francese è capitata nella mia vita per caso. Non ci avevo mai pensato. Quello che volevo erainsegnare. Il maestro era forte, ammirevole e custodiva la verità che mi affannavo a cercare. Ho iniziato ad insegnare quando avevo 21 anni.
L'atteggiamento è più importante dei titoli. Mi vedevo come un samurai. Era così per me come per tutti quelli della nostra generazione. Pesavo 65 kg e adoravo competere. Oggi però ciò che mi fa piacere è quando le persone si avvicinano a me per parlarmi del mio atteggiamento più che dei titoli. I giovani devono capire l'importanza di questo aspetto e proiettarsi nel futuro. Ognuno di noi lascia dietro di sé un'immagine, non un elenco di vittorie. Le sceneggiate, i compromessi morali..sono cose che lasciano il segno. Mi ricordo ancora, mi pare fosse il 1990 a Vienna, ai quarti di finale, ero campione europeo in carica e mi accingevo a combattere contro un olandese. Punteggio 2 a 2, l'avversario mi colpisce violentemente. Decido di rifiutare l'intervento del medico convalidando così il punto dell'avversario. Fu una decisione d'istinto, lo feci senza riflettere. In seguito me ne volli un po', e Francis Didier, che mi allenava in quel periodo, mi riprese duramente!Ma oggi, guardandomi in dietro, sono contento di averlo fatto.
Il karate globale. A quei tempi si praticava il karate "globale". Si gareggiava, sì, ma durante le giornate di gara andavamo anche a vedere gli esperti in azione. Non era raro vedere Thierry Masci in finale di un campionato nazionale di kata. Le Hétet, Pierre Pinar… competevano sia in kata che kumite. Ancora oggi sono felice di indossare i guantini con i miei allievi e poi, la domenica mattina, mi alleno un'ora sui kata nella tranquillità del dojo. Chi pratica arti marziali è fortunato, le tappe del nostro percorso riaccendono continuamente la nostra passione. Per dieci anni ho gareggiato con uomini eccezionali e dopo l'avventura è andata avanti in modo diverso ma altrettanto avvincente.
In qualità di insegnante, nei kata in particolare, bisogna essere in grado di rispondere alle domande. Percio’ ho voluto approfondire l'argomento e la ricerca si è dimostrata una miniera d'oro. Grazie alla grande quantità di informazioni reperite ho potuto affinare la pratica modellando una forma pratica e concreta. Fa tutto parte di un percorso. Partendo dagli automatismi tecnici acquisiti dai karateka cerco di dare risposte efficaci applicabili in difesa personale. Non penso che siaassolutamente necessario fare auto-difesa - se ne sente tanto parlare ma nella maggior parte dei casi viene idealizzata - ritengo però necessario andare alla ricerca del significato profondo di ciò che si fa. Lo scopo? Arricchire sempre di più la nostra pratica. La teoria viene messa alla prova nel lavoro di bunkai.
Affidarsi al codice, rompere il codice. Il karate possiede un metodo pedagogico straordinario. Un vero e proprio tesoro! La codificazione è il mezzo necessario per sviluppare la padronanza. In questo ambito le scorciatoie non sono mai una buona cosa. Non bisogna però neanche lasciare che il codice diventi un fattore limitante per la nostra pratica. Dobbiamo trovare un equilibrio, eliminare la componente alienante della ripetizione ossessiva fine a sè stessa e mantenere la mente aperta per osservare ciò che fanno gli altri, traendone anche ispirazione per mostrare agli allievi che talvolta tendono a stufarsi di un modello da loro ritenuto sorpassato, e a pensare che sia meglio altrove mentre invece non è così. Insegno il significato dei nostri gesti prima ancora che venganoinquadrati dalle norme del codice. Okinawa, ma anche il Kung-Fu cinese, queste sono le basi del nostro patrimonio. Il lavoro che svolgevo era realista. La codificazione ci ha un po' allontanati dal significato originario ma rimane comunque utile per fissare delle linee guida. Dobbiamo cercare di ritrovare il realismo della pratica ricreando in stile moderno situazioni reali a cui dare risposte originali. Alla fine, ad ogni modo, le arti marziali, il karate, tutte queste pratiche contribuiscono a formare persone ben educate. Ed è questo ciò che conta.
La competizione, l'arte della distanza e del tempo. Da giovane guardavo i ragazzi della nazionale come se fossero dei marziani. All'inizio non vincevo molto, è stato solo grazie al duro lavoro se sono migliorato. A 17 anni incontrai Jean-Louis Gramet, in occasione di una gara Francia VS Giappone e gli chiesi l'autografo. Sei mesi dopo condividevamo la stanza e ci allenavamo insieme nella nazionale francese. Sognare di diventare un campione fa bene.. ma bisogna fare attenzione.Nelle selezioni si parte da duecento ragazzini, si separano i maschi dalle femmine, dividendoli poi per categoria di peso. Dei quindici che rimangono forse in due hanno un po' di stoffa, gli altri costituiscono il vivaio. E' possibile che si diventi campioni a volte però senza le basi necessarie persostenerci quando il livello aumenta. Diventa difficile rimettersi in questione più avanti. Chi ha unbuon bagaglio tecnico è facilitato in seguito. Questo bagaglio dev'essere costantemente ripreso ed arricchito e per chi ha un metodo di apprendimento razionale la competizione diventa un valore aggiunto. Il gareggiante diventa un esperto nel gioco dei tempi e delle distanze, un gioco appassionante. Se per di più le basi sono solide, ecco che alla fine si può raggiungere una livello di padronanza veramente alto. La competizione serve ad arricchire il karate tradizionale. Senza questa componente viene a mancare una parte essenziale e sarà necessario prima o poi fare ricorso ad un uke accondiscendente che ti aiuti nelle dimostrazioni! Lo Shotokan di alcuni, lo Shotokan di altri. Insegno lo Shotokan, è questo il mio filo conduttore. Ma ho seguito talmente tanti stages e seminariche tutto questo non ha più molta importanza. Il mio karate ha ricevuto molto da quello di Nakahashi, ma ho ugualmente imparato da tutti gli stili e da tutti i maestri. Quando andate a vedere i grandi specialisti avete la possibilità di carpire la forma specifica di ognuno.
Lo shotokan di alcuni non è lo shotokan di altri. Il karate è al contempo individuale ed universale. Bisogna osservare tutti. Per quale motivo i grandi esperti mantengono un livello cosi alto pur non avendo più un maestro da seguire? Perche hanno un pubblico. Fare uno stage richiede molto impegno. Non basta qualche bella parola. Bisogna saper trasmettere, essere coinvolti e fare un grande lavoro di preparazione a monte. Padroneggiare la tecnica con destrezza e rivelare l'essenziale in modo progressivo. Un maestro esperto è esigente, prima con se stesso e poi con gli altri. Solo così può mantenere un buon livello generale. Il segreto per migliorare? Partecipate agli stages ! Fanno bene a tutti, maestri ed allievi. Siate curiosi, aperti, spontanei, critici. A partire da un certo livello è un’esperienza imprescindibile.
I giovani non si lasciano ingannare. Fintanto che le cariche della federazione saranno occupate da persone appassionate il karate francese continuerà a crescere. Siamo giunti alla terza generazione di esperti in Francia e non abbiamo niente da invidiare agli esperti giapponesi; così sarà finché continueremo a lavorare con impegno ed onestà. Sono stati fatti grandi progressi sia per quanto riguarda le strutture che i metodi, la componente sportiva continua ad evolvere ma la tradizione resta, di questo non mi preoccupo. Certo, c'è anche la questione del karate olimpido, con il suo grande potenziale di esposizione mediatica, che richiederà uno sforzo da parte nostra per nonvendere l'anima e farci travolgere dal progetto. Dobbiamo però accettare questo fardello senza riserve. La questione fondamentale è la pazienza. E' la nostra scuola. E' su questo che si basa il karate: lavoro e pazienza. Il dovere degli insegnanti è quindi quello di formarsi in modo tale da poter dimostrare la parte pratica ed in seguito approfondire. Ci si può adattare per rimanere in pari, ma non si lesina sui fondamentali. E' un dare per ricevere. Applicarsi nella pratica per rinforzare le basi. Per essere abili dobbiamo essere autentici. I giovani d'oggi non si lasciano ingannare. Non si lasciano più imbambolare dagli impostori. Possono scegliere tra moltissime scuole. Ma il buon esempio, la dignità, credere in un ideale, sono cose che funzionano sempre. Se hai valore sonopronti a seguirti. Amano ancora sgranare gli occhi e lasciarsi sorprendere, sono ancora felici di terminare l'allenamento con il karategi fradicio. E' questa la formula per un buon corso di karate oggi.
Sognare ancora l'eccellenza. C'è chi fa le cose due volte a settimana e chi invece sviluppa delle vere e proprie ossessioni. La differenza è tutta lì, che si suoni la chitarra o si pratichi karate. Faccio karate da una vita ma continuo ad essere ossessionato dall'idea di padroneggiare la mia arte nel miglior modo possibile. Cosa desidero oggi? Essere il miglior maestro di karate che io possa essere.Riuscire a migliorare la mia maestria, anche se non so esattamente cosa possa voler dire.
Le piccole cose essenziali. Quando all'inizio dell'anno vedi venti ragazzini che fanno un gran casino e poi tre mesi dopo tutto è in armonia, ecco che vedi costruirsi una struttura interiore. Il saluto, il "mukso", rappresenta il passaggio dalla vita profana, dai tipi presuntuosi, dallo spogliatoio verso un'altra dimensione. A partire dal momento del saluto si diventa tutti parte della stessa cosa, per poi tornare ognuno alla propria vita al termine dell'allenamento.
Da noi non facciamo fitness. Tutte quelle piccole cose essenziali che caratterizzano il karate o il judo, non dobbiamo assolutamente perderle.


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